L’arte dei sinonimi

Le parole sono importanti.

Questo è un dato di fatto, per cui c’è poco da obiettare. Le parole sono lo strumento magico di cui lo scrittore dispone, e con il quale può gestire il ritmo della narrazione, il suo potere e tutto quello che gira intorno al testo. E vi assicuro che stiamo parlando di tante, tante cose.

Immagino che ricordiate ancora benissimo la vostra maestra delle elementari che vi invitava a evitare qualsiasi ripetizione e a usare il dizionario dei sinonimi e dei contrari. Una di quelle lezioni di sintassi e ortografia che rimangono immutate negli anni e alle quali ci aggrappiamo come se fossero un salvagente, no?

Ebbene, forse no. Oggi cercheremo di andare un po’ più a fondo sull’argomento e a capire quali sono le ricerche giuste e quali, invece, andrebbero evitate per il bene dei nostri scritti.

Se un termine è desueto, è desueto

State scrivendo una storia ambientata nel medioevo, o una biografia di Robespierre? Allora sì, potete usare qualche parola “antica”, una di quelle che i vostri lettori dovranno evincere dal contesto o cercare su Google, perché no? Sempre con parsimonia, e soprattutto sempre considerando che magari i vostri lettori non avranno voglia di leggere testi di difficile comprensione. Ma se Robespierre ci ha lasciati da qualche secolo e siamo in un contesto contemporaneo, ricordiamoci di usare un linguaggio adatto a quello che raccontiamo.

Detto più bruscamente, e come lo spiego ai miei allievi, se sul dizionario ha una piccola croce accanto, allora no. No e basta.

Chi ha deciso quali parole sono banali e quali no?

Una domanda che mi faccio da sempre. Chi ha il diritto di stabilire quali parole sono banali e quali, invece, non lo sono?

Le parole sono tutte meravigliosamente complesse nella loro natura. Basta studiare un minimo di etimologia per scoprire quante piccole meraviglie si nascondono dietro espressioni che utilizziamo ogni giorno, e guardarle con occhi del tutto nuove. Non dimentichiamoci poi di quello che diceva il grande poeta Umberto Saba: “Amai trite parole che non uno osava./ M’incantò la rima fiore/ amore,/ la più antica difficile del mondo.”

Non sono le parole a essere banali, è il nostro uso a renderle tali.

La ripetizione non è sempre sbagliata

Ripetere una parola più volte equivale a darle un significato più profondo, a spostare su di essa l’attenzione del lettore. Più o meno, è come sottolinearla, o come leggerla con un tono di voce diverso. Uno strumento molto potente, a livello narrativo, capace di spezzare il ritmo, di cambiarlo, di capovolgerlo. Una ripetizione al posto giusto può anche rendere un testo più elegante, enfatizzarlo, spostare il punto di equilibrio della tensione.

E quindi no, non è sbagliato usare le ripetizioni, anche se la vostra maestra non sarebbe d’accordo.

Lascia un commento

  • Questioni di registro

    Una storia è fatta di tante, tante cose. Una buona trama, certo. Ottimi personaggi, ovvio. Altri dettagli più o meno tecnici, dall’arco dei personaggi a un buon livello di tensione.…

    ·

  • L’arte dei sinonimi

    Le parole sono importanti. Questo è un dato di fatto, per cui c’è poco da obiettare. Le parole sono lo strumento magico di cui lo scrittore dispone, e con il…

    ·